La crisi politica che da cinque mesi investe l'Honduras pare essere senza vere vie d'uscita. Il 30 ottobre, dopo faticosi negoziati sponsorizzati dal Segretario di Stato degli Stati Uniti e condotti dal sottosegretario Thomas Shannon, era stato siglato un accordo che avrebbe potuto portare alla pacificazione e a un processo elettorale che restituisse al popolo honduregno la facoltà di decidere da chi vuole essere governato. Ma dalle prime ore del 5 novembre pare che tali accordi siano rotti. In essi, infatti, si prevedeva che Micheletti e il suo governo di fatto avrebbero dovuto formalmente annullare il disposto del 28 giugno, nel quale si dichiarava il Presidente Zelaya decaduto e sostituito con la persona dello stesso Micheletti. M l'interessato non ne vuole sapere.Costui, insomma, pretende di essere lui, il golpista, a guidare un governo "di riconciliazione", che dovrebbe gestire la fase elettorale, che si concluderà con le elezioni previste per il 29 novembre. Con quali garanzie democratiche è facile immaginarlo. Il dialogo tenta di riprendere quota, con la mediazione statunitense-cilena, ma l'impressione è che la breve fase di buon clima e di disgelo si sia gravemente deteriorata, e che attualmente gli Stati Uniti preferiscano non spingersi troppo nell'azione di appoggio al Presidente legittimo. Probabilmente per non dispiacere tutti quei poteri forti e fortissimi, che appoggiano smaccatamente Micheletti e che sono legati a diversi settori dell'establishment nordamericano, che per certi versi riesce in tante occasioni ad essere più forte della volontà di Hillary Clinton e dello stesso Presidente Obama. Probabilmente il movimento di resistenza contro il golpe non parteciperà alla "farsa elettorale", ma questo non importerà a nessuno. Il 29 novembre un'elezione, che tanti si affretteranno a definire "democratica", incoronerà un presidente che incontrerà il placet della comunità internazionale. Allora anche la signora Clinton si potrà sentire con la coscienza pulita, e di fatto avallerà a posteriori i poteri nati dal golpe.Forse, l'amministrazione Obama, con tutti i problemi interni che ha, preferisce tenere più buona possibile l'opposizione repubblicana, e quindi non se la sente di forzare la mano sul tema dell'Honduras. Un po' più possibilisti la Comunità Europea e il mediatore cileno Lagos, che considerano prioritario il "reinsediamento di Zelaya", ma poi non fanno seguire alle parole significativi fatti concreti. Sia chiaro, l'Honduras non riveste un'importanza marginale come potrebbe far pensare la sua piccola dimensione. Qualcuno, in questi giorni, ha scritto che "in questo momento l'Honduras è grande come tutta l'America Latina". Il definitivo successo del golpe in Honduras potrebbe essere il detonatore di una reazione a catena, che potrebbe innescare una serie di colpi di stato, o comunque di sterzate autoritarie in tanti paesi del continente. Già si vocifera insistentemente di tentativo di golpe nel Paraguay del Presidente progressitsa , l'ex vescovo Lugo. Ritornerà una nuova era da "cortile di casa", con il silenzio-assenso della coppia Obama-Clinton ?