Alla fine Zelaya ce l'ha fatta: Contando sulle proprie forze e sull'aiuto della popolazione, sull'appoggio di alcuni paesi amici, e nonostante la freddezza dell'amminiostrazione nordamericana, il Presidente costituzionale honduregno ha raggiunto - non si sa bene come - la sua patria ed è riuscito ad entrare nel suo territorio. Sicuramente Salvador, Nicaragua, Venezuela lo hanno aiutato. Ma principalmente è stato il Brasile di Lula a fare la parte del Leone, dal momento che dalla sera del 21 settembre, Zelaya alloggia nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, capitale dell'Honduras. Il presidente golpista Micheletti, l'imprenditore italo-honduregno che ha sovvertito ogni regola di democrazia e ha fatto morti, feriti e arresti per affermare il potere delle oligarchie, è su tutte le furie, e comincia sul serio a sentirsi isolato. Se fino a qualche tempo fa , infatti, era il Venezuela di Chavez, ad essere accusato di ogni nefandezza, oggi sono anche il Nicaragua, il Salvador, ma soprattutto il più moderato Brasile e la stessa Organizzazione degli Stati Americani a fare quadrato perchè in Honduras sia ripristinata la legalità con il ritorno di Zelaya al suo posto.
Il problema è che i ruggiti di Micheletti, pur nell'isolamento, stanno preparando il terreno a una situazione che potrebbe diventare tragica. Coprifuco, taglio del gas e della luce all'ambasciata brasiliana, dove Zelaya è rifugiato, arresti in massa, con lo stadio di baseball di Tegicigalpa trasformato in un enorme campo di concentramento. La polizia ha sparato sulla folla plaudente al ritorno del presidente e a tutt'oggi, 23 settembre, sono incerte le notizie su quante siano le vittime, mentre gli oppositori al clan golpista sono braccati e un clima di terrore si è sparso per le vie della capitale. Notizie di scontri, ma senza dettagli precisi, anche da altre parti del paese.
La soluzione del problema potrebbe venire da una decisa entrata in campo dell'Amministrazione Obama. Ma evidentemente, all'interno degli ambienti politici statunitensi, ancora forti sono le componenti che non tollerano che processi di demopcrazia e di autodeterminazione si facciano strada in quello che è sempre stato considerato il "cortile di casa". Probabilmente Micheletti e i suoi pittbull alla lunga non la spunteranno. Ma nel frattempo una scia di sangue, di lutti e di dolore avrà marcato irrimediabilmente la storia e la vita dell'Honduras e di tutto il CentroAmerica.